La tela di Raffaello | Dialogo con lo scrittore parlante

 

Raffaello Fusaro è un regista, autore e attore.

Nato a Bari, laureato in lettere e diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma.

Penna raffinatissima, autore e attore che fa del guizzo, dell’intuizione e della vivacità interpretativa le sue armi più micidiali. Un talento in continuo divenire. Si trasforma in tante idee, sempre lungimiranti e aderenti alle realtà che svela e sottilmente rivela.

Nel 2014 è capo progetto autorale di Italy in a Day, regia di G. Salvatores. Il primo social film del nostro paese, nonché versione italiana di Life in a Day di Ridley Scott, proiettato alla 71ª Mostra cinematografica di Venezia.

Autore di contenuti, spot e documentari industriali nel 2014 firma la sceneggiatura e regia del film documentario: Le favole iniziano a Cabras in onda su Sky Arte e Rai 1. Un viaggio dentro una Sardegna sconosciuta incontrando artisti e intelligenze che rendono la passione scopo di vita.

Appassionato viaggiatore dell’Africa, nel 2009 ha realizzato il corto Kalif girato tra Puglia, Costa d’Avorio e Burkina Faso.
Porta in scena reading e performance di suoi testi in Italia e all’estero. Produce, inventa, interpreta, dirige e scrive. Più che un sarto, uno stilista della creatività. È stato definito uno scrittore parlante. Unisce tradizione e modernità, citazioni pop e d’autore, in una sintesi personale e poetica di contrasti del nostro tempo.

Vive sotto un tetto di legno con Vittorio, un setter rosso.

Quale è stato il momento in cui hai capito di essere un artista?

Non c’è stato mai. Ho solo capito di avere più smania di fare e di pensare che di vivere tranquillamente. In realtà quando ritieni di essere un creativo sei una persona che vive al quadrato.

Rispetto ai miei compagni di scuola già da piccolo avevo un surplus di mondo interiore, nel bene e nel male. Mi sono subito disposto ad accettarlo.

Quale è il tuo primo ricordo in un teatro?

Il teatro dell’oratorio. Lì iniziò tutto, grazie ad un maestro pugliese che era stato a Milano e, appena tornato, cominciò tutti i sabato pomeriggio a fare teatro. Fu questo il mio catechismo teatrale. Da lì in poi non ho più smesso.

E che molla ti è partita?

In realtà non c’è stata domanda e forse non c’è stata neanche offerta … c’è stata solo dentro di me una risposta a quello che avevo come intimo desiderio latente, che non riuscivo a spiegarmi. La creazione delle parole e dei sentimenti è stato un evento che ho incontrato naturalmente nella mia strada. Quando hai un amore viscerale non ti domandi come sia arrivato, lo hai solo scoperto …lo hai incontrato nel mondo.

Quanta Puglia c’è nella tua arte?

Forse non ho mai avuto Puglia nel fare arte.  Chi ha la fortuna di essere legato ad una regione o ad un’identità culturale ha un vantaggio e allo stesso tempo uno svantaggio.

Federico Fellini diceva “Chi riesce a parlare del proprio paese riesce a parlare di tutto il mondo”. 

Però lui era nato in un’epoca completamente diversa. Il senso dell’uomo resta lo stesso, ma le province non restano le stesse. Il centro del mondo cambia.  Non credo di avere più Puglia di tanti artisti che ne fanno il loro cavallo di battaglia. Ho il senso del meridionale,  cioè quella cosa che ti fa salire sempre con ansia una vetta per arrivare in cima a una montagna sempre così lontana da quella provincia da cui, in fondo, sei fiero d’arrivare.

Si può vivere di arte?

Si vive di arte!!!  Certo che ci si vive, sennò non sarei io.

Campare di arte è un ginepraio da cui non se ne esce. Il nostro tempo in Italia si divide in tanti piccoli villaggi con dei capi tribù che decidono e decretano ciò che funziona a non funziona.  Non è detto che decida il pubblico ciò che funziona o non funziona.O meglio ciò che deve essere fatto. Perché se il pubblico lo decretasse, basterebbe andare da un personaggio decretato dal grande pubblico e dirgli “fammi decretare insieme a te”. Ma la risposta sarebbe un secco no, perché c’è un produttore e c’è un sistema culturale che si parla addosso. Faccio un esempio: quando anni fa si riuniva in un’osteria a Roma una piccola comunità di pittori, sceneggiatori, registi, poeti, artisti e scultori nacque un’epoca artistica. Si trovarono ad essere solidali fra di loro. Se un giorno non facevi lo sceneggiatore, ti infilavano dentro a qualche progetto come aiuto regia…Penso alle storie di Mario Monicelli, Dino Risi, Ettore Scola, ecc. venivano tutti da un humus comune che noi non abbiamo più. Oggi si è delle monadi che cercano delle soluzioni, anche molto valide, ma da piazzare. L’autore del film di maggior successo degli ultimi due anni, lo incontrai in una pizzeria disperato perché non riusciva a piazzare il suo film. Oggi è su tutte le pagine dei giornali. Ciò significa che trovare interlocutori non è facile.

Il teatro può ancora cambiare il modo di pensare della gente?

Qualunque spettacolo dal vivo può farlo, comunque può cambiare delle emozioni. Anche se è più difficile oggi che il teatro possa cambiare un’idea che non è più così attaccata all’esistenza diretta. Il teatro è un rapporto diretto fra umani. Anche il cinema forse è alla fine di un’epoca. Siamo una società che ha tutti i menu contemporaneamente, tutti gli atti. Netflix ha decretato la fine di tutto. Puoi vedere tutto contemporaneamente in un’orgia ossessiva di simultaneità. Ciò ovviamente toglie forza allo spettacolo dal vivo, che era il vedere da vicino un altro essere umano.

Le dirette Facebook, i social network, la virtualità schermata, possono avere un rapporto con il teatro?

No, perché il teatro non è schermo. È la quarta parete che non c’è. Dall’antica Grecia ad oggi il teatro vive su un tacito patto “Voi sapete che io non sono, ma fingete che io sia, e ve lo sto facendo davanti…vi sto facendo lo scherzo davanti, e poi ci credete”. Noi abbiamo messo troppi schermi davanti. Il teatro è antimoderno, anti contemporaneo. Molti dicono “Ci sarà sempre il teatro finché ci sarà l’essere umano…” Credo che ci sarà anche l’acqua minerale, ma probabilmente un domani la berremmo in pillole. Oggi stiamo un po’ bevendo il teatro differente. Le grandi masse dell’antica Grecia, il grande pubblico del settecento, non ci sono più.

Se potessi viaggiare nel tempo, in quale epoca vorresti andare e quale drammaturgo incontrare?

Vorrei andare nell’antica Grecia, per capire da dove tutto è nato. Per esempio del greco antico sappiamo poco. Non sappiamo che suono avesse. Gli accenti li ricostruiamo, ma non abbiamo delle registrazioni. Quando senti parlare un romano o un fiorentino o un barese, sai che accento ha. Ma dei greci non sappiamo come recitavano; sappiamo che cantavano, ma non conosciamo il loro ritmo, i loro lamenti, le loro gioie, i loro cori. Vorrei capire che cosa avveniva in quei tramonti in cui tutto iniziò. Lì mi sa che c’era la catarsi vera.

Tu sei autore, regista, attore, sceneggiatore. Come nasce un personaggio? Quale è la sua genealogia?

Personaggio deriva da persona. Persona nell’antica classicità è maschera. Il personaggio nasce innanzitutto senza il panico di dover portare il risultato a casa. Nella vita reale quando conosciamo e ci incontriamo con la gente non abbiamo il panico di assorbirla. Si dovrebbe avere l’attenzione dell’ascolto. È già tutto scritto nella nostra esistenza. Viviamo in un’epoca che è esausta, che è stanca. Abbiamo scritto così tanto…cosa ti devi inventare di veramente così nuovo? Ti devi inventare forse solo la capacità di rapportarti agli esseri umani in questo teatro dell’esistenza, per coglierli e saperli raccontare.

Che cos’è per te il successo?

È fondamentale. È la riconoscibilità non solo economica dei propri manufatti. E se l’arte nasce dagli arti, dal fare, vuol dire che tu questi manufatti li metti nel mondo e ti rispondono. Quindi il successo è fondamentale, nonostante le sue degenerazioni (vedi le grandi star di Hollywood o del rock che spesso si sono distrutte col successo). Credo che il successo sia una delle tante grazie dell’essere umano. Se i tuoi manufatti vengono colti e capiti, vuol dire che stai instaurando un dialogo col mondo. Un dialogo fatto non solo di domande, ma anche di risposte che ti dà il mondo.

Hai la lampada di Aladino: esprimi tre desideri

1) Avere gli strumenti per capire alcuni meccanismi faticosi.

2) Che avvenga facile ciò che desideravo da ragazzino.

3) Vivere ogni giorno un’esistenza di cui vado fiero.

Cosa vorresti fare nel tuo futuro?

Un altro tatuaggio.

 

© Giammarco Spineo 2017

 

 

 

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